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Paragrafo 3 . Dalla fine della guerra al 1920.

     
Alla  conferenza  per  la  pace di Versailles,  il  governo  italiano,
rappresentato dal presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando e
dal  ministro  degli esteri Sidney Sonnino, chiese l'annessione  della
Dalmazia  e della citt di Fiume. Si trattava di richieste fondate  su
criteri  in  netta  contraddizione: per ottenere  Fiume  si  reclamava
l'applicazione del principio di nazionalit, in quanto in  gran  parte
abitata  da italiani; lo stesso principio veniva per negato, in  nome
di  quanto  previsto dal patto di Londra (vedi capitolo Uno, paragrafo
3),  per  avere la Dalmazia, che aveva una popolazione prevalentemente
slava  ed era rivendicata dal neonato regno di Iugoslavia. Le  pretese
italiane incontrarono la netta opposizione dei rappresentanti di  vari
stati,  in particolare del presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow
Wilson.  Per  protesta  Orlando  e  Sonnino,  nell'aprile  del   1919,
abbandonarono  la  conferenza  e  rientrarono  in  Italia,   dove   il
parlamento  rinnov loro la fiducia. Poche settimane dopo tornarono  a
Parigi,  dove  Inghilterra,  Francia e  Giappone  si  erano  frattanto
spartite  le  ex colonie tedesche, ma non fu possibile raggiungere  un
accordo  sulla questione di Fiume, che fu momentaneamente posta  sotto
il controllo alleato.
     L'andamento  delle  trattative di pace  suscit  la  protesta  di
tutti  coloro  i  quali  ritenevano che l'Italia,  in  quanto  potenza
vincitrice,  avrebbe dovuto avere adeguati compensi  territoriali.  La
propaganda   espansionista,  alimentata  dal  mito   della   "vittoria
mutilata",   era   sostenuta  soprattutto  dai   nazionalisti,   dagli
interventisti, da numerosi ex combattenti e da esponenti  della  ricca
borghesia imprenditoriale.
     Nel  frattempo erano iniziati scioperi e manifestazioni di  massa
contro  l'aumento del costo della vita. Nel mese di giugno la tensione
per  i  problemi  economici  e sociali, sommandosi  a  quella  per  la
politica estera, divenne tale da provocare le dimissioni di Orlando.
     Sotto  il  nuovo governo, presieduto da Francesco Saverio  Nitti,
la  situazione  si  aggrav ulteriormente.  Fra  luglio  ed  agosto  i
contadini  senza terra delle regioni centro-meridionali occuparono  le
terre  incolte; il 12 settembre, Gabriele D'Annunzio,  alla  testa  di
alcuni  volontari,  da  Ronchi presso Trieste marci  su  Fiume  e  ne
proclam l'annessione all'Italia.
     Frattanto  Nitti, allo scopo di superare la crisi  attraverso  il
consolidamento  delle basi rappresentative dello stato  e  spinto  dal
partito  socialista e da quello popolare, promoveva  una  riforma  del
sistema  elettorale,  che, basata sul suffragio  universale  maschile,
prevedeva   la   suddivisione   del   territorio   nazionale   in   54
circoscrizioni e la votazione secondo il sistema proporzionale e non
     
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     pi  uninominale.  Venivano  cos favoriti  i  partiti  di  massa
dotati  di  una  efficiente  organizzazione  territoriale,  mentre  la
vecchia  classe  politica liberale, abituata ad un  rapporto  di  tipo
personale  e  clientelare  con  gli  elettori,  risultava  decisamente
svantaggiata.  Le  elezioni,  che si tennero  nel  mese  di  novembre,
segnarono infatti il successo dei socialisti, che con il 32% dei  voti
e con 156 deputati (il triplo di quelli del 1913) diventarono il primo
partito  d'Italia, e dei popolari, che ottennero il 20,6% dei  voti  e
100 deputati, mentre liberali e democratici persero la maggioranza.
     Nitti  form un governo con i popolari, senza per che  ci  fosse
un  pieno  accordo sul programma, cosicch si trov ad affrontare,  in
condizioni  di  estrema  debolezza, una  situazione  ormai  giunta  al
culmine  della tensione in seguito all'intensificarsi degli  scioperi,
dei  tumulti di piazza e dell'agitazione nazionalista, e, infine,  nel
giugno del 1920, fu costretto a dimettersi.
     L'incarico  di  formare il nuovo governo fu affidato  a  Giovanni
Giolitti, che, raggiunto l'accordo con i popolari, cerc di attuare un
programma  con due obiettivi fondamentali: la stabilit interna  e  la
pacificazione  dei  rapporti internazionali. Una prima  iniziativa  in
quest'ultimo  senso fu la rinuncia al protettorato  sull'Albania,  che
aveva  suscitato  la  reazione armata degli  albanesi  e  preoccupanti
dissensi interni.
     Il  problema  pi  grave  era quello della situazione  economico-
sociale,  nella  quale si era ormai giunti allo scontro  frontale  tra
lavoratori e datori di lavoro. Il sindacato dei metalmeccanici (FIOM),
dopo  il  rifiuto  degli industriali di concedere  aumenti  salariali,
aveva  deciso di attuare una specie di "sciopero bianco", basato sulla
rigida applicazione delle regole e su manovre ostruzionistiche in modo
da  rallentare  la  produzione. La direzione delle  officine  milanesi
Romeo  rispose con la serrata, cio con la chiusura dello stabilimento
(28  agosto  1920).  Gli  operai  reagirono  con  l'occupazione  delle
fabbriche cittadine (30 agosto), cui segu l'estensione della  serrata
da   parte  degli  industriali;  quest'ultima  iniziativa  provoc  il
dilagare  dell'occupazione in gran parte del paese. In molti casi  gli
operai  non  si limitavano ad avanzare richieste di aumenti salariali,
ma  chiedevano anche la partecipazione alla gestione delle aziende;  a
Torino  poi,  i  consigli  di fabbrica, rifacendosi  alle  idee  della
rivista  "L'Ordine Nuovo", consideravano l'occupazione un primo  passo
verso  la  rivoluzione per l'affermazione del socialismo. Quest'ultima
idea  non  era  per condivisa n dalla maggioranza  massimalista  del
partito  socialista  n  dalla CGdL, in cui  prevaleva  l'orientamento
riformista. La spinta rivoluzionaria risult pertanto frenata ed  ebbe
successo   l'azione  mediatrice  di  Giolitti,  la  cui  promessa   di
presentare  un  progetto di legge che istituisse  forme  di  controllo
sindacale  sulle  aziende fu accolta con favore dalle controparti.  La
tensione  si  allent ed inizi lo sgombero pacifico delle  fabbriche,
che  si  concluse il 27 settembre, dopo l'accettazione da parte  della
FIOM di un contratto che prevedeva consistenti aumenti salariali.
     Superata  l'emergenza dell'occupazione delle fabbriche,  Giolitti
risolse anche la questione adriatica. Dopo intense trattative,  il  12
novembre 1920 Italia e Iugoslavia firmarono il trattato di Rapallo, in
base  al  quale  la  Iugoslavia  cedeva  l'Istria  all'Italia,  questa
rinunciava alla Dalmazia (eccetto Zara e l'isola di Lagosta)  e  Fiume
era riconosciuta citt libera. Tra dicembre 1920 e gennaio 1921 truppe
regolari  italiane  imposero ai volontari di  D'Annunzio  lo  sgombero
della citt di Fiume.
